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Le utopie realizzate e le ‘isole felici’
Nel mese di maggio, al centro civico di Milano 2 “isola felice”, per la prima volta in Italia si è tenuto in una struttura pubblica un convegno sulle “Utopie realizzate”...

Nel mese di maggio al centro civico di Milano 2- ‘isola felice(?)’ di privilegiati milanesi –per la prima volta in Italia in una struttura pubblica si è tenuto un convegno sulle ‘Utopie realizzate ‘. Il tema che di per sé potrebbe sembrare una contraddizione in termini è stato presentato e dibattuto da appartenenti a comunità da tempo presenti sui più disparati territori dall’Italia alla gran Bretagna agli Stati Uniti fino ad Israele. Sempre più persone nel mondo sono alla ricerca di un modo diverso e altro di vita che porti al centro i valori della vita della persona e della società, qui ed ora senza attendere l’epifania post rivoluzionaria che quella che abbiamo visto nel corso del XX secolo è crollata insieme al muro di Berlino o un supposto paradiso islamico o cristiano. Si può fuggire dalle città ,oppure cambiare tempi e stili di vita ,o rifugiarsi nella meditazione o stravolgere le proprie abitudini alimentari a volte per uno o più week end . Esperienze definite straordinarie , appunto fuori dall’ordinario per tornare poi il lunedì a fare esattamente le stesse cose di prima . Ma in alcuni casi e da decenni ormai la scelta è diventata definitiva. Vi son comunità e villaggi ,borghi e conventi dove piccoli e grandi gruppi inventano e sperimentano nuove possibilità di vita e di relazione. Tra le esperienze riportate al convegno, in cui dominante era la matrice religiosa, c’era la comunità evangelica di Beech Grove e Darvell( nata nelle prima metà del novecento e presente attualmente in una trentina di paesi anglofoni ) il cui rappresentante ha precisato di non sentirsi rappresentato dalla definizione di utopia bensì di far riferimento a un luogo in cui si fa ciò che si dice e ciò in cui si crede . E il riferimento di fede basilare in questo caso è quello della prime comunità cristiane mettendo in comune tutto “ ogni membro mette a disposizione i suoi talenti il suo tempo e i suoi sforzi ovunque ce ne sia bisogno e riceve in cambio i propri mezzi e ciò di cui ha bisogno . Ceniamo insieme e nel corso della settimana ci raduniamo spesso per parlare cantare e prendere delle decisioni in assemblea e anche se molti dei nostri membri sono adulti non sposati la famiglia costituisce il nucleo primario della nostra società .“ dice David Hine che si è presentato con la moglie e due sorelle di origini americane vestite in un foggia singolare con grandi abiti e pieghe e un fazzoletto in testa trattenuto da una molletta che ostinatamente tendeva scivolare dai capelli . Se la famiglia è il nucleo principale di questa comunità evangelica non così è per Nomadelfia fondata da Don Zeno. Don Zeno, che influenzato in gioventù da un amico anarchico conosciuto sul fronte, ha creato quelli che si chiamano i gruppi famigliari perché riteneva che l’egoismo della famiglia può essere ancor più deleterio di quello personale. Le famiglie non vivono isolate ma in quattro o cinque per un totale di trenta persone e vivono insieme in una casa centrale con in comune una sala da pranzo la cucina e i laboratori . Per evitare che il gruppo famigliare diventi a sua volta un centro di egoismo , per essere disponibili a vivere con tutti e a distaccarsi dalle cose ogni tre anni la presidenza scioglie i gruppi famigliari e li ricompone in altre famiglie. I nuclei famigliari rimangono uniti e ad ogni cambiamento portano con sé gli effetti personali . In Nomadelfia non circolano soldi e per le esigenze di vestiario e di cibo ci sono dei magazzini da cui gli abitanti prendono quello di cui hanno bisogno. Di questo hanno riferito Luisa e Pietro Carena che hanno raccontato di aver scelto di vivere in questa comunità che conta 300 persone per vocazione – nel senso letterale della chiamata - . Nomadelfia è secondo la definizione corrente una democrazia diretta in cui tutti i nomadelfi effettivi fanno parte dell’assemblea in cui le decisioni vengono prese a maggioranza . Ma c’è un ma non di lieve entità : a queste decisioni se non corrispondono allo spirito del fondatore può porre il veto il capo della comunità che è stato nominato direttamente da don Zeno come suo vicario . A questo punto l’obiezione di come il vicario possa decidere sullo spirito della comunità ereditando per designazione ‘a divinis ‘ il carisma del defunto don Zeno è stata posta dal rappresentante dell’unica comunità laica areligiosa presente al convegno . Guerrino Degli Esposti prima di essere uno dei fondatori della comunità di Bagnaia era stato a Nomadelfia e ne era uscito proprio sulla questione del vicario e del suo diritto di veto. Bagnaia dunque è l’unica comunità non religiosa presente al convegno – anche se come giustamente dicono i suoi rappresentanti che sono una comune in quanto mettono insieme il denaro guadagnato attraverso il lavoro all’esterno o all’interno con una fiorente agricoltura biologica – e anche se non l’unica di fatto sul territorio nazionale è l’unica consolidata da venticinque anni con una presenza all’interno di 26 componenti di età diverse da un anno a 65 . L’esistenza di Bagnaia smentisce chi pensa che senza una fede o un credo religioso sia difficile mantenere una realtà sociale coesa per un tempo sufficientemente lungo da far crescere un’intera generazione . La struttura abitativa e aziendale risale al 1979 e vede impegnati i suoi componenti in attività di vario tipo : sociali, ambientali e pacifiste . Una delle ultime iniziative di cui i componenti della comune sono molto orgogliosi è l’annuale ospitalità riservata a giovani palestinesi e ebrei che si incontrano facendo un percorso comune . I giovani vengono ospitati nelle vicine abitazioni perché la comune per ora ha poche possibilità di accoglienza abitativa in quanto ogni componente per statuto ha una stanza personale sia nel caso delle coppie che dei bambini. Una stanza tutta per sé . Questo è uno dei principi basilari di cui scriveva Cernisevsky nel “Che fare “ a cui si era ispirato Lenin per titolare il suo testo più conosciuto. Nel suo romanzo quest’autore già nella seconda metà dell’800 scriveva di un modo diverso di organizzazione sociale per arrivare alla liberazione dell’umanità e in particolare delle donne. Due dunque sono le matrici ideologiche delle forme comunitarie che si concretizzano nel XX secolo : una si ispira ai primi cristiani e l’altra al collettivismo della tradizione anarchica e comunista . A questa si ispiravano i primi fondatori dei Kibbutz all’inizio del XX secolo. La storia dei kibbutzim è strettamente intrecciata con il sionismo e di questo porta in sé le contraddizioni .Una delle caratteristiche più importanti nell’era contemporanea per definire la validità di un’esperienza comunitaria è la sua possibilità di irradiarsi e di costituire elemento trasformativo del territorio e dei suoi abitanti per cui è bene che fin dall’inizio gli abitanti del posto non sentano messe in discussione le loro scelte abitative . Certamente questo elemento nel caso dei Kibbutz non sussiste né di questo la relatrice che nel convegno riportava con entusiasmo la sua esperienza sembrava preoccuparsi . L’esperienza dei primi fondatori con la crescita collettiva dei bambini che fin dai primi sei mesi di vita dormivano in camere comuni è venuta meno una decina di anni fa. Ugualmente nella comune di Bagnaia dove nei primi tempi le decisioni per tutto ciò che riguardava i bambini- educazione , acquisti etc.- venivano prese collettivamente. Ma con il passare del tempo i genitori divennero il punto di riferimento principale, fermo restando che la coppia e la famiglia continuano a non avere un’importanza centrale, come invece accade per i Condomini solidali la cui fondazione risale al 1978 in seguito all’iniziativa di Bruno Volpi e della moglie al ritorno da un’esperienza di volontariato in Africa. Vivere con la porta aperta è il titolo di un libro che Bruno ha scritto in collaborazione con altri ed è l’atteggiamento basilare delle persone appartenenti all’associazione comunità e famiglia (ACF) . E cito direttamente dalla loro presentazione “ Chi sha scelto questa forma di vita – sessanta famiglie più alcuni single che non hanno un denominatore comune o ideologico o confessionale lo fa per sperimentare i valori dell’accoglienza della sobrietà e della condivisione .” Il metodo della condivisione e delle decisioni prese all’unanimità si sta affermando in gran parte delle comunità presenti in Italia e corrisponde ad un particolare modo di comunicazione tra i gruppi studiato e sperimentato dagli esperti di comunicazione non violenta . Si fanno veri e propri corsi di formazione per i cosiddetti facilitatori e in questo modo si vuole evitare sia l’assemblearismo -che ha dato risultati devastanti ed è stato la causa di moltissime dei fallimenti di tentativi cui abbiamo assistito dagli anni ’70 in poi -e le decisioni prese a maggioranza che danno luogo a minoranze insoddisfatte e quindi a frazionamenti . L’elemento che accomuna pur nella sostanziale diversità lai comunità areligiosa di Bagnaia e i Condomini solidali la cui matrice e cattolica sia pur non escludente altre appartenenze , è la messa in comune dei beni e del denaro . Nella prima ad ogni membro, viene data una cifra mensile uguale per tutti e nei secondi c’è l’uso di un assegno in bianco che ogni famiglia compila secondo coscienza e bisogni . Tutto ciò come hanno ben sottolineato la coppia di Morena e Andrea Campoleoni “ per sperimentare e sperimentarsi su un diverso modo di gestire l’economia tornando al significato originario della parola come gestione della casa, cercando di scinderla dal denaro . Tutto ciò richiede alcuni non semplici passaggi che implicano una scelta di sobrietà e attenzione a non superare il versato dal prelevato . L’eccedenza di cassa viene versata all’associazione comunità e famiglia per iniziative solidali e per permettere ad altri la possibilità materiale di iniziare uguali esperienze .” La novità dell’esperienza dei Condomini solidali rispetto alle altre preesistenti è la loro origine urbana . Villapizzone si trova nella periferia di Milano e il fatto che ognuno produce secondo le sue capacità e consumi secondo i suoi bisogni è apertamente visibile e irradiandosi sul territorio costituisce esempio concreto di nuovi modi di stare insieme che in una città come Milano- come in tutte le grandi città - dove i vicini costituiscono per lo più potenziali nemici . E non a caso laddove il disagio è più forte nascono forme di reazione che aprono spiragli di speranza che da tempo sembrava seppellita . Così proprio a Milano dove le uniche forme di aggregazione di opposizione erano i centri sociali che ben poco offrivano al territorio circostante, ho incontrato in Via Volturno tra la centralissima stazione Garibaldi e Gioia un gruppo di giovani studenti che hanno occupato uno stabile lasciato in abbandono per far salire il valore immobiliare che così si definiscono “ siamo una realtà multiforme ed eterogenea composta da studenti di vari atenei milanesi provenienti da percorsi politici e personali variegati con l’obiettivo di ripensare l’università e la metropoli attraverso spazi politici e culturali e momenti di socialità e artistici . Era domenica pomeriggio e dopo una merenda distribuita gratis all’aperto la cittadinanza era invitata a vedere film per bambini. Isola si chiama questo quartiere e Isola si chiama il gruppo che autogestisce il luogo . Tanti auguri giovani dell’Isola e speriamo che in questo modo davvero possiate essere fonte di felicità per gli studenti e gli abitanti del quartiere.


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