Innanzitutto, si mantiene in questo modo l’acronimo “R.I.V.E.”, attraverso il quale siamo conosciuti da tempo. E ciò mi pare opportuno.
In secondo luogo, si sancisce, in questo modo, un qualcosa che già costituisce una realtà: vale a dire che la nostra rete comincia ad assumere una composizione variegata, nella quale l’aspetto di «ecovillaggio» non è più né l’unico né, forse, il decisivo.
Per ultimo, si amplia così il concetto base di ‘ecologia’ e, nello stesso tempo, la nostra idea identitaria. Certo, ogni esperienza delle varie realtà della RIVE fa riferimento alla sostenibilità ambientale, all’uso di energie rinnovabili, a una qualche agricoltura biologica… ciò è imprescindibile. Eppure, il concetto di ‘ecologia’, in quanto disciplina che studia l'interazione degli organismi tra loro e con l’ambiente circostante, è senz’altro più ampio, se davvero vogliamo rimanere all’interno di una prospettiva «olistica».
Le nostre realtà, ognuna a suo modo, intendono dar vita a nuove forme di convivenza, tali da costituire dei laboratori di ricerca e sperimentazione verso stili di vita alternativi all’attuale modello socio-economico. Infatti, siamo tutti consapevoli che la nostra attuale società dei consumi è insostenibile sotto tutti i punti di vista. Ovviamente ciò è ben visibile sul piano ecologico, ma non si possono trascurare altri segnali:
l’ingiustizia economica, la cui forbice assume proporzioni sempre più vaste, sia a livello locale che planetario;
un vago sentimento d’insicurezza, che viene astutamente veicolato dal potere per introdurre disposizioni liberticide;
il massiccio ricorso agli psicofarmaci, e sempre più in giovane età, per la difficoltà sempre maggiore ad un adattamento ‘creativo’;
la miseria delle relazioni, ridotte sempre più a contatti liquidi, come direbbe Baumann, cioè senza reale impegno e intimità;
la perdita dei valori come la responsabilità collettiva, il rispetto per l’altro, l’ascolto profondo, l’autenticità espressiva, la trasparenza nelle comunicazioni, la profondità meditativa…
e chi più ne ha più ne metta. Di fronte a questo stato di cose, non si può certo sostenere che la soluzione sia semplicemente quella di fuggire dalle città per rifugiarci nelle campagne tra gli scoiattoli e le patate biodinamiche. No, uno stile di vita davvero ‘ecologico’ deve prendere in considerazione una bio-ecologia, ma anche una psico-ecologia, come diceva il mio maestro Roberto Assagioli. Concludo con alcuni esempi:
Posso dire di fare una vita ecologica se curo la coltivazione del mio orto secondo i più corretti principi di un’agricoltura biologica, quando poi non faccio la minima attenzione a ciò che introduco nel mio corpo quanto a intossicanti, a quantità di cibo o a scorrette combinazioni alimentari?
Posso dire di fare una vita ecologica se faccio una grande attenzione all’utilizzo delle risorse energetiche del mio ecovillaggio, o della mia comunità, quando poi le mie relazioni sono improntate al formalismo, alla non trasparenza, all’occultamento delle dinamiche che inevitabilmente emergono in ogni tipo di convivenza o all’egocentrismo?
Posso dire di fare una vita ecologica se conosco tutto sui forni solari e non so nulla di me stesso?