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Comunità di villaggio e usi civici
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La terra alle comunità, prima di ogni mercato.
Da un articolo di Vandana Shiva(1), liberamente adattato alla situazione italiana, di Mario Cecchi

L’autogoverno delle comunità locali e di villaggio è il fondamento di una democrazia della terra. Sull’autogoverno delle comunità si fonda l’autodeterminazione indigena, l’agricoltura sostenibile, il pluralismo democratico. Nella gerarchia delle istituzioni, l’assemblea del villaggio sarà al di sopra di tutto(2). L’autodeterminazione delle comunità significa esercitare il controllo e la gestione delle proprie risorse: materiali, economiche, intellettuali e genetiche. Lo stato dovrebbe avere la funzione di proteggerle.
 La democrazia fondata sulle comunità locali riconosce spontaneamente la biodiversità come risorsa sovrana e chiede ai governi di  tutelare e promuovere i diritti di proprietà e invenzione indigena nella formazione e nell’uso della biodiversità. La quale sopravvive attraverso il sostegno delle comunità che  ne usufruiscono.
Il bisogno di rivitalizzazione e il riconoscimento legale delle comunità è uno strumento necessario per proteggere le persone. Le leggi indotte invece dal capitalismo finanziario hanno ridotto i diritti consuetudinari con i quali era protetta la sussistenza delle persone e delle comunità. La personalità giuridica delle comunità sarà necessaria per dare concretezza al decentramento democratico basato sul governo del consiglio del villaggio che a sua volta dovrà basarsi sull’assemblea della comunità come assise principale per la formazione delle decisioni consensuali.
Questa identità legale dovrebbe tener conto che i villaggi, i quartieri, in quanto comunità, sono dinamici ed hanno una grande variabilità. Le comunità ovvero aggregazioni d’intenti e persone che operano per il bene comune, instaurano tra i loro abitanti un profondo rapporto di collaborazione esercitando pratiche ecosostenibili e responsabilità etiche condivise che aumentano la coscienza personale e collettiva garantendo cosi una nuova identità rurale, una ricchezza dei rapporti umani e la valorizzazione del territorio, con metodi di comunicazione efficienti per organizzare e gestire le risorse e le energie comuni.
 Le comunanze hanno subìto e stanno subendo  un processo di erosione mentre i loro legittimi proprietari, le comunità, sono in una perdita di potere e identità collettiva oltre ad un ulteriore impoverimento e dipendenza. Poiché le comunità hanno conservato e migliorato i loro patrimonio usando con equità e parsimonia le risorse, sono il miglior sistema sociale che assolve la funzione di proteggerlo e amministrarlo(3). Quindi l’identità comunitaria ed i diritti collegati devono essere riaffermati e riconosciuti affinché questo processo di usurpazione finisca. Il concetto dei diritti esercitati collettivamente è estraneo alla giurisprudenza moderna che considera tal’impresa come soggetto individuale con diritti molto simili a quelli dell’individuo nella società. Invece, dal dopoguerra a oggi, assumere l’identità d’impresa presuppone sposare determinati valori legati al paradigma capitalista dello sviluppo cioè i valori della massimizzazione del profitto, della competitività del mercato, dell’ottimizzazione dell’efficienza produttiva in funzione dell’interesse economico privato e della rendita. Le caratteristiche dell’impresa come la specializzazione dei ruoli, l’assenza di consultazioni allargate, la delega diseguale di potere e controllo, la gestione gerarchica, l’iniqua distribuzione delle risorse oltre all’inquinamento e il depauperamento provocato dai processi produttivi che non possono tener conto dell’esigenze del pianeta perché asserviti alle logiche economiche, rappresentano l’antitesi della comunità. Ritornare a far valere la legislazione per la rivitalizzazione degli usi civici e delle comunità locali è la sola via d’uscita per il recupero e la conservazione sociale e ambientale del territorio. Quando le comunità sono costrette ad adeguarsi alle strutture burocratiche dell’impresa volute dallo Stato entra in loro il germe dell’ingiustizia, del potere, della corruzione come conseguenza della struttura gerarchica  carente di umanità che viene loro imposta. I diritti comunitari, invece, sono riconosciuti come inalienabili e imperscrittibili, quindi non riconducibili alla forma dell’impresa e della proprietà capitalistica. Le comunità di villaggio hanno personalità giuridica e possono andare in giudizio a difendere ciò che possiedono come comunità. La collettività stessa è la persona. Questo diritto già sancito nel codice degli usi civici (4) è stato volutamente ignorato ma dev’essere ripristinato e rispettato perché è fondato sul diritto naturale, che è superiore alle leggi dello Stato stesso. Serve a garantire un ordine sociale inseparabile dalla cultura e dalle consuetudini del nostro Popolo, che hanno nell’etica e nelle regole condivise la coscienza e la responsabilità di preservare la Terra per le generazioni future.

1.    P ubblicato su L’Ecologist italiano “La Terra, l’Uomo e l’etica della biosfera”, n.2, con il titolo “Proprietà comune e comunità”.
2.    Le terre gravate da uso civico in Italia oggi sono circa 3 milioni di ettari, un decimo del territorio nazionale. Dovevano essere censite dai Comuni tramite un indagine storiografica, ma molti Comuni hanno disatteso la direttiva nazionale, per non inciampare negli abusi commessi. Molti altri Comuni sono ancora in fase di accertamento, vista la difficoltà di avere informazioni certe essendo molti diritti trasmessi oralmente. Il merito di averli riconosciuti spetta al Ministro Serpieri, che nel 1927 ne ha sancito l’esistenza, riordinando la materia in un Codice degli Usi Civici, ma al tempo stesso ha legiferato impedendone la formazione di nuovi. Per rafforzare le possibilità di r/esistenza alla crisi economica e finanziaria riteniamo fondamentale aumentare le possibilità di acceso alle terre demaniali e abbandonate attraverso: la formazione di nuovi usi civici, progetti di promozione sociale-ambientale, costruzione dell’autosufficienza con la sovranità alimentare e territoriale. Per fare questo và costruito una sorta di “coordinamento” della terra con una nuova etica della responsabilità. La non menzione nella Costituzione Italiana degli usi civici è dovuta all’accordo tra DC, PCI e PSI subito nel dopoguerra i quali, nella loro concezione dello Stato accentratore, non poterono concepire una terza forma di proprietà differente da quella pubblica e privata. Tale forma sancisce la sovranità popolare sulle proprie terre in gestione e uso collettivo agro-silvo-pastorale al di sopra delle leggi dello Stato stesso.
3.    Come ha dimostrato Elmor Ostrom, Premio Nobel per l’economia nel 2010.
4.    Il Codice degli Usi Civici è tuttora in vigore, ma laddove non c’è più il popolo residente a difendere i propri diritti in molti casi il territorio è stato usurpato da speculazioni private o dagli stessi Enti pubblici. Riprendere possesso dei territori da parte della comunità locale, che vuole ritornare a usarli, è tuttora possibile, ma varie cause intentate dai Commissari “ad acta”, preposti per tutelare gli usi civici, si scontrano e si arenano di fronte a una marea di procedure e cavilli che protraggono all’infinito le cause.

Su questo chiediamo l’apertura di un dibattito e un’incontro con Vandana Shiva e le realtà che in questi anni hanno operato sulla terra.



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